Una poltrona per due
FABIO FALABELLA
L'istantanea del "sofà gate" scattata in Turchia che ha fatto il giro del mondo
“Stand up for your rights”: Erdoğan, Michel, von der Leyen e la sindrome da bagno turco
Era il 1983 quando il virtuoso regista John Landis firmava una commedia divertente e molto popolare, interpretata magistralmente dall’attore afroamericano Eddie Murphy e divenuta un cult dei film di Natale: “Una poltrona per due”. Titolo che, parafrasato e preso in prestito per un gioco di parole che risulta quanto mai azzeccato in questo caso, sembra perfetto per una chiosa su quanto accaduto in settimana nel corso dell’incontro istituzionale tenuto in Turchia, alla corte del dittatore Recep Tayyip Erdoğan, dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, e dalla sua connazionale, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione che ha sede a Bruxelles. Ha fatto il giro del mondo, infatti, la foto di rito scattata subito dopo una fredda e distaccata cerimonia di benvenuto, al momento dell’inizio dei colloqui, che avevano tra gli argomenti principali anche i rapporti tra Ankara e UE e il rispetto dei diritti umani nel Paese che fa storicamente da cerniera geografica, politica, militare e culturale tra l’Asia e il Vecchio Continente, che contro il buon gusto, l’educazione, un doveroso senso di ospitalità e ogni consuetudine prevista dai protocolli internazionali ha immortalato l’imbarazzo della von der Leyen, lasciata in piedi per un attimo, senza sedia, e poi costretta ad accomodarsi su un pur bellissimo, comodo e pregiatissimo divano di rappresentanza mentre gli altri due interlocutori sedevano in poltrona e davano inizio alle consultazioni. Uno sgarbo istituzionale evidente e premeditato che ha suscitato sdegno e riprovazione, scatenando polemiche e recriminazioni da più parti, con la presidente della Commissione Europea costretta a tenersi in disparte e ad assistere allo scambio di opinioni tra i due uomini, pur presenziando alla conversazione, quasi ad esemplificare, sublimandolo negativamente, il ruolo marginale e discriminatorio palesemente attribuito alle donne in Turchia, a mo’ di una sorte di custode del focolare domestico improvvisato e contingente, seppur di alto rango. Al netto della poca empatia e dello scarso feeling esistente tra Erdoğan e la von der Leyen, la quale in passato non ha risparmiato al signore di Ankara critiche acute per la gestione di crisi umanitarie, questione dei profughi, sussulti militareschi e repressione delle minoranze etniche, su tutte, quella del vessato popolo curdo, interpretazioni di dietrologia politica da palazzo suggeriscono finanche di una competizione latente tra i rappresentanti dei vertici comunitari nostrani a spiegazione del comportamento di Charles Michel, che nell’attimo incriminato non ha battuto ciglio, salvo poi scusarsi argomentando che una sua eventuale e diversa reazione non avrebbe fatto altro che esacerbare gli animi ed acuire le frizioni, rendendo più difficile ed imbarazzante la situazione. Sarà, ma restando sui fatti e preservando la nostra analisi da qualsiasi lettura che esuli dal livello basico e oserei dire testuale della descrizione di gesti compiuti e comportamenti assunti, a me pare che il pavido Michel, che a confronto il don Abbondio del Manzoni sarebbe stato un gigante alla Churchill, abbia perso una buona occasione per mostrare carattere e qualità e per tirare finalmente una riga rigida e perentoria su ciò che sia possibile consentire o meno allo stesso Erdoğan. Il quale, più volte e su problemi dirimenti, quali il fenomeno migratorio all’interno dei suoi confini, appunto, si è preso gioco delle direttive e delle indicazioni di Bruxelles mettendone alla berlina i più alti rappresentanti, venendo meno ad accordi presi e riuscendo persino a frodare decine di miliardi di euro ai malcapitati contribuenti europei versati nelle casse della banca centrale di Ankara come donazioni compensative per il disturbo preso. Sta di fatto che, esulando da quanto successo ma restando in tema, ciò che dovrebbe preoccupare politici, burocrati e rappresentanti delle istituzioni europee è proprio la presenza a due passi da casa di un personaggio del genere che il nostro presidente del Consiglio, Mario Draghi, non ha esitato anch’egli a definire un dittatore (guardandosi bene per malcelato interesse, peraltro, da fare lo stesso con il suo omologo libico durante la visita di qualche giorno fa a Tripoli, ndr), e di un regime criminale di tal guisa, come è la Turchia, che adotta ed implementa nei confronti della sua stessa popolazione politiche di fortissima discriminazione sui diritti civili, ci si scordi di quelli politici, persegue senza sosta soggiogando e reprimendo duramente le battaglie per la libertà e l’autonomia dei Curdi e vanta, “last but not the least” un tasso di femminicidi, suicidi indotti e di violenze commesse sulle donne spaventoso e tra i più alti al mondo. Tralasciando per ovvie ragioni di complessità speculazioni di natura geopolitica con particolare riguardo allo scenario siriano e la problematica del popolo curdo, non compiutamente estrinsecabile in questa sede, basti pensare soltanto che decine di artisti vengono imprigionati per la sola ragione di voler utilizzare, preservandolo dalla cancellazione di identità imposta e martellante, il loro idioma, mi concentrerò nelle righe che seguono proprio sulla questione di genere e sul mancato rispetto dei diritti civili, passando in rassegna alcuni fenomeni e taluni dati tristemente noti, cui pare non si voglia, da parte degli Stati occidentali considerati e definiti democratici, compreso il nostro, o non si riesca a metter fine, o flebile argine. In tal senso, è tristemente nota la decisione presa di recente dal regime di Ankara, una vera contraddizione in termini, un insopportabile ossimoro nella tenuta del diritto internazionale, di uscire dalla, rinnegandola come pericoloso grimaldello che metterebbe a repentaglio la tenuta della famiglia tradizionale, e di abbandonare la Convenzione di Istanbul: il documento sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, una Convenzione adottata proprio dal Consiglio d’Europa presieduto dal signor Michel, quando la Storia fa scherzi e la farsa diviene tragedia, firmata da 45 nazioni l’11 maggio del 2011 in quella Costantinopoli che fu la culla dell’Impero Romano d’Oriente. Una disposizione inaccettabile e per certi aspetti pure formalmente e strategicamente incomprensibile se non per ragioni di politica interna e di tenuta dell’apparato militarista e sessista di Erdoğan, quella assunta dalla Turchia, che lascia ben intendere, esemplificandolo, il contesto valoriale in cui ha avuto luogo quello che i cronisti hanno chiamato il “sofà gate”, a proposito di quanto capitato alla signora von der Leyen. Sul Corriere della Sera di sabato 10 aprile l’eurodeputato del Partito Democratico Massimiliano Smeriglio afferma che in Turchia vi è una violazione sistematica dei diritti umani, che mina l’autonomia della magistratura, della stampa indipendente, quasi scomparsa, e persino la libertà accademica riconosciuta alle università. E si assiste ad una «repressione brutale» di opposizioni e minoranze da parte del sultano autocrate, «campione del patriarcato e del machismo». E, sul quotidiano di Milano per eccellenza, l’inviata Monica Ricci Sargentini racconta di continui abusi compiuti dal dittatore e dai suoi sgherri di regime, di donne abitualmente ed impunemente picchiate dai loro mariti al chiuso delle mura domestiche e talora in pubblico, di un attivista gay per i diritti civili arrestato per ben quattro volte negli ultimi tre mesi con la sola colpa, e accusa, di aver proferito uno slogan sgradito all’apparato di potere ed al senso comune che ad Ankara impera. Lui è Havin Ozcan, «venti anni e tanta paura», nato in Anatolia da una famiglia curda e con la voglia di lasciare il suo Paese dopo aver ricevuto minacce di morte sui social, ritengo, ahimè, abbastanza credibili e da prendere sul serio. L’uscita dalla Convenzione di Istanbul, decisa da Erdoğan il 20 marzo scorso, riporta ancora la Sargentini, è stata vissuta come una sciagura dall’unica associazione non governativa esistente in Turchia, Mor Çati, «una ong che da 30 anni si batte per i diritti delle donne – vittime di violenza domestica o di genere – offrendo loro una casa rifugio». «La Convenzione era la nostra rete di sicurezza nella lotta alla violenza contro le donne – ha affermato un’attivista intervistata dalla giornalista italiana. Lo Stato, firmandola, si era impegnato ad agire e noi potevamo reclamare la sua applicazione. Ora la difesa delle donne aggredite è più difficile. È come se avessero aperto la porta agli abusi». Concetto e timori ribaditi dalla studentessa ventitreenne Pelin Bu, incarcerata ed incriminata per aver partecipato alla marcia femminista dell’8 marzo passato, e da Filiz Karestecioglu, deputata del partito filo-curdo Hdp, avvocato e co-autrice del documentario “Le donne esistono”, per cui la procura generale della Cassazione di Ankara ha chiesto l’interdizione per cinque anni dalla attività politica nella malcelata intenzione di ridurla al silenzio coatto. Eppure, nonostante le azioni criminali e criminogene del regime, gli omicidi e le deportazioni, gli arresti indiscriminati e la chiusura dei giornali o delle emittenti radiotelevisive dalla voce libera, le donne ed i militanti per i diritti di tutte/i e di ciascuno continueranno ad esistere anche ad Ankara, Istanbul, nel Bosforo. Al passo lento e deciso di manifestazione o di corsa per sfuggire a retate e rappresaglie, sedute o in piedi, è proprio il caso di dirlo, persisteranno imperterrite/i ed intransigenti a lottare, scrivere, protestare, fin quando la le condizioni nella Mezzaluna fertile, in Turchia e altrove nei Paesi vicini e limitrofi del Medioriente saranno queste, di barbaro e medievale oscurantismo religioso e maschilista, checché ne pensino gli improvvisati agiografi di presunti rinascimenti alla Matteo Renzi, o qualsiasi cosa facciano e soprattutto non facciano pusillanimi ometti senza carattere e dignità, “senza palle” o ovaie, si direbbe nel loro gergo volgare, alla Charles Michel. Verrà, forse, giorno, sentenzierebbe il fra’ Cristoforo de “I promessi sposi”, in cui la sindrome da bagno turco del restare in piedi a dispetto dei propri diritti e dei propri bisogni imposta alla von der Leyen dal signor Erdoğan cesserà finalmente di esistere. E di essere malamente tollerata. Fino a quel momento, che non ci è dato sapere se sia prossimo o remoto, alle donne ed agli uomini liberi non resta che perseverare: con un imperativo categorico, messo in note dal profeta della musica giamaicana, Bob Marley, “Stand up for your rights”!